Medicina in 60 secondi, andiamo con Tommaso De Angelis tra le pagine del suo libro
Medicina in 60 secondi, andiamo con Tommaso De Angelis tra le pagine del suo libro Photo Credit: Medicina in 60 secondi di Tommaso De Angelis, Sperling & Kupfer
29 luglio 2026, ore 08:00
La tecnologia offre spesso risposte rapide alle domande sulla salute, ma sono sempre quelle giuste? Le risposte degli esperti sono in grado di unire rapidità e affidabilità
Siamo nel pieno dell’estate, con tanti che stanno partendo o sono partiti per le vacanze. Non conosce sosta però il nostro spazio dedicato al mondo dei libri che, tra consigli per le letture della domenica e spazi di approfondimento con autori e autrici, continua nella sua marcia.
Lo scoccare del mercoledì ci porta nuovamente tra le pagine dei libri “non-fictional”, vale a dire tutte quelle pubblicazioni che si concentrano su argomenti diversi dalle storie di finzione tipiche dei romanzi. Per intenderci, si tratta di volumi come "La felicità mette radici" di Marco Ippolito (On Edizioni), o ancora "Il fallimento non esiste" di Edoardo Serra (Sperling & Kupfer), che i rispettivi autori sono passati a raccontarci sulle nostre pagine.
Qualcosa che avviene anche quest’oggi con “Medicina in 60 secondi”, il libro di Tommaso De Angelis che arriva in libreria nella pubblicazione curata da Sperling & Kupfer.
MEDICINA IN 60 SECONDI, UNA GUIDA ALLA SALUTE DI TUTTI I GIORNI
Ciao Tommaso, e benvenuto. Lascio a te la parola per le presentazioni di rito: cosa troviamo nel tuo libro, “Medicina in 60 secondi”?
“Grazie dell’invito. Nel libro ho cercato di trasferire su carta lo stesso approccio che porto ogni giorno sui social: spiegare la medicina in modo chiaro, diretto e comprensibile, senza rinunciare alla precisione scientifica. È una guida alla salute di tutti i giorni, divisa tra prevenzione, disturbi comuni e situazioni più serie in cui è importante sapere quando preoccuparsi. Si parla, per esempio, di alimentazione, sonno, fumo, mal di testa, febbre, disturbi gastrointestinali, incidenti domestici e primo soccorso. Accanto al libro ci sono poi tutto il percorso di ‘Medicina in 60 secondi’, la community nata su Instagram e TikTok, il canale YouTube e il podcast “8 ore scienza”: strumenti diversi, ma con lo stesso obiettivo, cioè rendere la medicina più vicina alle persone.”
Come hai scelto, nel mare magnum della medicina, i contenuti da portare tra le pagine della versione definitiva del libro?
“La selezione è partita soprattutto dalle domande che ricevo ogni giorno. Mi interessava costruire un libro che non fosse un’enciclopedia, ma uno strumento realmente utile: qualcosa da aprire quando compare un sintomo, quando si ha un dubbio o quando si vuole capire come proteggere meglio la propria salute. Ho quindi privilegiato i temi che riguardano quasi tutti, almeno una volta nella vita, e quelli sui quali noto maggiore confusione. Il criterio principale è stato chiedermi: “Questa informazione può aiutare concretamente una persona a orientarsi meglio?”. Naturalmente scegliere ha significato anche rinunciare a moltissimi argomenti interessanti, ma era necessario per mantenere il libro chiaro, leggibile e coerente.”
C’è qualche aspetto che identificheresti come “più difficile” nel lavorare a questo libro?
“La parte più difficile è stata proprio la selezione degli argomenti. La medicina è vastissima e, quando si inizia a lavorare a un capitolo, viene spontaneo pensare che manchi sempre qualcosa. Il rischio era trasformare un libro divulgativo in un manuale troppo ampio e tecnico, perdendo il lettore. Ho dovuto quindi stabilire delle priorità, eliminare alcuni temi e accettare che non si potesse essere esaustivi. È stato un lavoro continuo di equilibrio: spiegare abbastanza da essere davvero utili, ma senza appesantire; mantenere le sfumature necessarie, ma evitando che ogni risposta diventasse lunga e dispersiva. In un certo senso, la difficoltà maggiore non è stata decidere cosa scrivere, ma capire cosa lasciare fuori.”
Tu unisci la creazione di contenuti a sfondo divulgativo scientifico al potere della sintesi: qual è la sfida maggiore nel lavorare nell’ambito social?
“La sfida maggiore è semplificare senza deformare. Sui social bisogna catturare l’attenzione molto rapidamente, ma la medicina raramente offre risposte nette, valide per chiunque e in ogni situazione. Bisogna scegliere poche informazioni, trovare parole comprensibili e, allo stesso tempo, evitare titoli allarmistici o promesse troppo semplici. Un’altra difficoltà è il rapporto con l’algoritmo: spesso vengono premiati i contenuti più estremi, mentre la comunicazione scientifica richiede prudenza, contesto e talvolta anche la capacità di dire “dipende”. Per me la sintesi non significa togliere precisione, ma individuare il messaggio essenziale e costruire intorno a quello una spiegazione che incuriosisca, senza tradire il significato scientifico.”
Qual è la cosa che ti viene chiesta maggiormente da parte di chi ti segue?
“La domanda che ricevo più spesso, in forme diverse, è: “Devo preoccuparmi?”. Le persone mi scrivono descrivendo un sintomo, un valore fuori dall’intervallo in un esame o una sensazione comparsa improvvisamente e cercano soprattutto di capire quanto sia urgente. È comprensibile, perché l’incertezza spaventa e online è molto facile trovare subito lo scenario peggiore. Naturalmente attraverso un messaggio non è possibile fare diagnosi, né sarebbe corretto provarci. Quello che cerco di fare nei miei contenuti è dare degli strumenti generali: spiegare quali caratteristiche sono spesso rassicuranti, quali segnali meritano una valutazione medica e quando, invece, non bisogna perdere tempo. In fondo, molte persone non cercano soltanto una risposta: cercano un orientamento.”
E qual è la cosa più difficile da spiegare in sessanta secondi?
“Le cose più difficili sono quelle che richiedono molte sfumature e non tollerano una risposta secca. Penso, per esempio, alla differenza tra un sintomo comune e un possibile campanello d’allarme, oppure alla valutazione del rischio legata a esami, farmaci e prevenzione. In questi casi non basta dire “è normale” o “è pericoloso”, perché la risposta cambia in base all’età, alla storia clinica, alla durata dei sintomi e a molti altri elementi. In sessanta secondi bisogna riuscire a trasmettere il concetto principale, ma anche far capire che esistono eccezioni e limiti. La vera difficoltà è proprio questa: essere semplici senza diventare semplicistici e rassicurare senza dare false sicurezze.”
“DOTTOR GOOGLE”, UN ALLEATO COME SUPPORTO MA NON COME “MEDICO DIGITALE”
Com’è stato lavorare a un prodotto editoriale diverso da quello con cui ti confronti di solito?
“È stato molto diverso, ma anche molto stimolante. Nei video lavoro sulla velocità, sul ritmo, sulle immagini e sulla capacità di arrivare subito al punto. Un libro, invece, permette al lettore di fermarsi, tornare indietro, sottolineare e costruire un rapporto più lento con ciò che sta leggendo. Ho dovuto quindi imparare a dare più spazio alle spiegazioni e ai collegamenti, senza però perdere il tono diretto che caratterizza i miei contenuti. La scrittura obbliga anche a una precisione particolare: una frase rimane sulla pagina e deve funzionare anche senza il supporto della voce, delle espressioni e del montaggio. È stato un modo nuovo di comunicare, ma perfettamente coerente con ciò che provo a fare da anni.”
Sono sempre di più le persone che si rivolgono a “Dottor Google” per fare delle autodiagnosi. Con l’intelligenza artificiale che si perfeziona, siamo di fronte a un fenomeno in aumento. Ma può Internet dare risposte ottimali, o siamo davanti a strumenti che peggiorano la situazione, soprattutto generando panico per una lettura catastrofista dei sintomi?
“Internet e l’intelligenza artificiale possono essere strumenti molto utili, ma dipende da come vengono utilizzati. Possono aiutare a comprendere un termine medico, approfondire un argomento, preparare delle domande per una visita o orientarsi tra informazioni complesse. Il problema nasce quando vengono usati per sostituire una valutazione clinica. Un motore di ricerca tende spesso a presentare anche le ipotesi più gravi, senza sapere nulla della persona che sta cercando; l’intelligenza artificiale, invece, può produrre risposte molto convincenti anche quando mancano informazioni decisive. Il rischio è quindi quello di generare ansia o false rassicurazioni. La tecnologia può migliorare il rapporto con la salute, purché si parta da fonti affidabili e la si consideri un supporto, non un medico digitale.”
Ti troveremo nuovamente sugli scaffali nel prossimo futuro? Quali sono i tuoi progetti?
“Non escludo affatto di tornare a scrivere, perché questo progetto mi ha fatto capire quanto il formato del libro possa aggiungere qualcosa di diverso rispetto ai social. In questo momento, però, la mia priorità è anche crescere come medico. Mi sono laureato da poco e sento il bisogno di fare esperienza sul campo, confrontarmi con pazienti e colleghi e capire con maggiore consapevolezza quale strada professionale rispecchi davvero ciò che mi piace. Continuerò parallelamente a lavorare sulla divulgazione, sui video e sul podcast, cercando di far evolvere ‘Medicina in 60 secondi’ insieme al mio percorso. I progetti non mancano, ma preferisco che nascano in modo naturale, dall’esperienza e dalle domande reali delle persone, come è accaduto finora.”
