Mariri, dall’Italia all’Amazzonia in un viaggio di scoperta a trecentosessanta gradi: Micaela Saxer ci porta tra le pagine del suo libro

Mariri, dall’Italia all’Amazzonia in un viaggio di scoperta a trecentosessanta gradi: Micaela Saxer ci porta tra le pagine del suo libro

Mariri, dall’Italia all’Amazzonia in un viaggio di scoperta a trecentosessanta gradi: Micaela Saxer ci porta tra le pagine del suo libro   Photo Credit: "Mariri. L'amazzonia dentro" di Micaela Saxer, Rizzoli Illustrati


24 giugno 2026, ore 09:00

Un volume che porta lettori e lettrici dall’altra parte del mondo, in un racconto che unisce storia familiare e la storia di un territorio che tramanda episodi di conquiste e forme di resistenza

Le temperature di questi giorni hanno raggiunto picchi record se raffrontate ai precedenti di questo specifico momento dell’anno. Un frangente che di fatto rappresenterebbe (il condizionale è d’obbligo) l’inizio dell’estate. Le premesse di tempi roventi in vista dei prossimi mesi ci sono tutte, e tocca quindi cominciare a riflettere su come evitare di generare calore all’interno delle case.

La cosa migliore, in questi casi, è evitare l’uso intensivo di dispositivi elettronici, notoriamente dispensatori di calore – che va bene d’inverno, molto meno d’estate. Abbandoniamo l’eccessiva esposizione agli schermi e approfittiamo dunque delle tantissime proposte editoriali che arrivano in libreria. Novità che passiamo al setaccio costantemente sia nella rubrica domenicale dedicata ai migliori libri da leggere del momento, sia negli spazi destinati alle interviste degli autori e delle autrici.

E oggi quest’ultima parentesi si arricchisce di nuove sfumature grazie a Micaela Saxer, che è passata a raccontarci il suo “Mariri. L’amazzonia dentro”, libro edito da Rizzoli Illustrati.

MARIRI, UN VIAGGIO FISICO E METAFISICO ALLA SCOPERTA DELL’AMAZZONIA

⁠Ciao Micaela, e benvenuta. Lascio a te la parola per le presentazioni di rito: cosa troviamo nel tuo libro, "Mariri. L'amazzonia dentro"? 

“Caro Dario, grazie mille per avermi invitata a parlare con te e con i tuoi lettori. ‘Mariri’ è prima di tutto un viaggio. Un viaggio sia interiore che fisico nell'Amazzonia peruviana, la terra dove sono nata, ma dove non sono cresciuta e che quindi non conosco nei suoi usi e riti quotidiani, nelle sue sfumature e nei suoi dettagli più intimi. È una terra di cui ho sentito parlare in modi molto diversi. Da una parte attraverso la scuola e la cultura europea, poichè sono cresciuta in Italia; dall'altra attraverso i racconti di mio nonno materno in Perù, durante le brevi vacanze estive che trascorrevo lì. Due narrazioni molto differenti, a volte persino incompatibili.

Il libro nasce dalla frattura prodotta da questa separazione dalla terra natia, ma anche dalla frattura culturale che emerge nel modo in cui questa terra e la sua gente sono state guardate e raccontate dall'Occidente. Una frattura che, nella mia vita, si è manifestata anche nella storia dei miei genitori: mio padre, svizzero, e mia madre, peruviana amazzonica. Due persone che si sono amate, ma che spesso hanno faticato a comprendersi davvero. Per questo Mariri è anche un viaggio nella storia della mia famiglia, una famiglia mista e attraversata da mondi diversi. È un viaggio nella mia storia di donna alla ricerca di una casa, di un'identità e di un senso di appartenenza. Una ricerca che, lungo il cammino, finisce per trasformarsi e forse perfino per dissolversi. Il libro parte da una mia inquietudine personale, da una sorta di nevrosi legata alle origini, alla separazione e alla ricerca di un posto nel mondo. E trova gradualmente un luogo di pace nel cuore dell'Amazzonia e dei suoi miti, dove il rapporto con la natura e con ciò che ci circonda si presenta in modo molto diverso da quello che ho conosciuto crescendo in Europa. In questo senso, come una persona che stimo molto ha detto leggendo il libro, Mariri è un viaggio tra il visibile e l'invisibile.”

⁠Come mai questo titolo? 

“’Mariri’ è una parola che sento molto vicina al mio cuore. La sua origine linguistica non è del tutto chiara, ma viene utilizzata dai curanderos dell'Amazzonia peruviana per descrivere una sostanza o una forza che acquisiscono durante il loro apprendistato. Va però precisato che, secondo la visione amazzonica, questo apprendimento non avviene semplicemente attraverso lo studio o la trasmissione umana del sapere. Sono le piante stesse a insegnare, a scegliere chi istruire e, in un certo senso, a concedere il mariri. Possiamo quindi immaginare il mariri come una manifestazione fisica della conoscenza. Ed è proprio questo aspetto che mi affascina profondamente: l'idea che qualcosa che noi consideriamo intangibile, la conoscenza, la sapienza, la memoria, possa assumere una forma concreta, quasi corporea, viscerale.

Il viaggio che racconto nel libro è, in fondo, un percorso di guarigione attraverso la conoscenza. La conoscenza di un passato doloroso, quello delle donne della mia famiglia, ma anche quella di una terra generosa e generativa, che continua a custodire misteri e modi di vedere il mondo diversi dai nostri. Per questo mi è sembrato che Mariri fosse il titolo perfetto. Una metafora della trasformazione che nasce dall'incontro con una conoscenza capace non solo di spiegare, ma anche di curare.”

⁠Le tue radici affondano nei territori che ritroviamo tra le pagine del libro, per quanto la tua infanzia ti abbia portato lontano (in Umbria) da quei luoghi spesso definiti esotici. Qual è stato il tuo rapporto con quei luoghi - l'Amazzonia e i dintorni - quando eri più giovane? E come si è evoluto lo stesso rapporto nel corso del tempo? 

“Sono sempre stata affascinata dalla giungla: dall’Eldorado, dalla città dorata, dal mistero. Ma da giovane la vedevo quasi esclusivamente attraverso uno sguardo europeo, perché non conoscevo altro punto di vista. L'Amazzonia è stata per me un mistero, come lo è per molte persone. E forse proprio dal mistero nascono sia il timore che il rispetto che ispira. Purtroppo, però, è stata spesso considerata soprattutto come qualcosa da utilizzare a nostro beneficio, e oggi penso che questo sia uno dei modi più sbagliati di rapportarsi ad essa. Posso dirlo con una certa chiarezza solo adesso. Mi ci sono voluti quarant'anni per arrivarci.

Come racconto nel libro, ci sono state diverse tappe che mi hanno avvicinata alla conoscenza della foresta. Ma il punto di svolta è stato l'incontro con la visione del mondo dei popoli indigeni. Quella che noi definiamo "animistica", spesso con una certa superficialità, e che invece considero una delle intuizioni più preziose che abbiamo a disposizione oggi. Non perché si debba tornare indietro nel tempo o rinunciare alla modernità, ma perché questa visione considera il mondo circostante come qualcosa di vivo, senziente e degno di relazione. È una prospettiva che credo possa insegnarci molto in un'epoca caratterizzata da crisi ambientali, solitudine e senso di separazione. I miti e le leggende amazzoniche che raccontano questa relazione sono ancora presenti nell'immaginario collettivo, anche tra i mestizos, ma stanno lentamente scomparendo. Ed è proprio questo che oggi mi preoccupa. Per questo il mio rapporto attuale con l'Amazzonia è fatto soprattutto di ascolto e curiosità ed è accompagnato anche da un senso di urgenza.

Mi piacerebbe contribuire a far sì che le nuove generazioni amazzoniche possano riscoprire il valore di questa visione del mondo, non come un reperto del passato, ma come una possibilità per il futuro. Forse è una speranza ambiziosa. Ma credo che una relazione più amorevole e rispettosa con noi stessi, con gli altri e con ciò che ci circonda sia qualcosa di cui il mondo ha profondamente bisogno. E questa relazione non riguarda soltanto l'Amazzonia. L'Amazzonia è il luogo da cui parto e che il libro racconta, ma il principio può essere esteso ovunque. Riguarda il modo in cui abitiamo il pianeta e ci rapportiamo agli altri esseri viventi che lo condividono con noi. In questo senso, ciò che le culture amazzoniche possono insegnarci non appartiene soltanto all'Amazzonia: appartiene a una riflessione universale sul nostro posto nel mondo e sulle responsabilità che derivano dall'essere parte di una comunità di vita più ampia.”

UN RACCONTO CHE NASCE CON SPONTANEITÀ

⁠Qual è stato l'innesco che ti ha spinta a lavorare a questo libro? 

“Credo che l'innesco sia stato molto semplice: ero persa tra due mondi e quindi, in un certo senso, non appartenevo completamente a nessuno dei due. Scrivere questo libro è stato innanzitutto una questione di sopravvivenza. Avevo bisogno di mettere ordine dentro una serie di domande, di contraddizioni e di inquietudini che mi accompagnavano da molto tempo. Parlare della mia vita e dei problemi della mia famiglia mi faceva paura. Continuava a sembrarmi un gesto esagerato, forse persino narcisistico. E avevo il timore di scrivere un lungo monologo con l'analista. Per questo ho cercato di andare oltre la mia vicenda personale. Non perché la consideri irrilevante, ma perché ho sempre avuto la sensazione che le origini delle mie inquietudini non appartenessero soltanto a me.

Mi sembrava che avessero a che fare anche con la storia di due mondi che si incontrano, si scontrano e cercano, non sempre riuscendoci, di comprendersi. Nel mio caso questi mondi sono incarnati dalla storia della mia famiglia. Ma dietro la mia famiglia si intravedono questioni più grandi: il colonialismo, le differenze di potere, il rapporto tra Europa e Amazzonia, tra modernità e tradizione, tra modi diversi di immaginare il mondo. Forse c'era anche un desiderio di giustizia. Non tanto verso me stessa, quanto verso persone, storie e visioni del mondo che troppo spesso sono state ignorate o raccontate da altri. Se queste siano ragioni sufficienti per scrivere un libro su di sé, non lo so. Lascio che sia il lettore a deciderlo.”

⁠Quello alle spalle del tuo libro è un lavoro a tutto tondo, di indagine introspettiva ma anche di esplorazione fisica dei luoghi. Quanto è stato impegnativo - in entrambi i sensi - racchiudere ogni elemento, ogni percezione, tra le pagine? 

“Non saprei come rispondere se non dicendo che la parte introspettiva è stata emotivamente molto impegnativa. Scrivere il libro è stato come spogliarsi. Come riaprire una ferita per poterla osservare meglio e poi, lentamente, prendersene cura con pazienza, finché non smette di fare male nello stesso modo. La cosa curiosa è che la parte più difficile non è stata l'Amazzonia. I luoghi, i personaggi, i racconti, i sogni, tutto ciò che appartiene al visibile e all'invisibile amazzonico è arrivato con una naturalezza che ancora oggi mi sorprende. Non ho avuto la sensazione di doverli cercare. In qualche modo sono venuti loro da me. Si sono presentati e si sono lasciati raccontare. La vera difficoltà è stata trovare il coraggio di occupare il centro della storia e di accettare che, per raccontare quei luoghi, avrei dovuto raccontare anche me stessa. È stato certamente un lavoro di trasformazione. Spero che questo aspetto del viaggio si possa cogliere tra le pagine, perché forse è proprio lì che risiede il senso più profondo del libro. 

Avevi un pubblico di riferimento quando scrivevi? Chi era il tuo lettore e la tua lettrice tipo?

“A dire la verità, la prima persona a cui ho pensato è stata mia madre. Ho pensato molto alle donne e al rapporto che abbiamo con le nostre madri. Alle giovani donne che forse non si soffermano ancora su quella relazione, o che la danno per scontata. E ho pensato anche a un'idea che mia madre mi ha trasmesso negli anni: che la madre non sia soltanto la donna che ci ha generati, ma anche la terra stessa, la natura che ci sostiene e ci nutre. Detto questo, non ho mai pensato al lettore in senso editoriale o di marketing. Non mi sono chiesta quale fosse il pubblico ideale o quale fascia di persone avrebbe potuto essere interessata al libro. Piuttosto, ho pensato a tutti noi come figli e figlie di donne, di uomini e della Storia. Mi interessava esplorare il modo in cui le vicende familiari si intrecciano con quelle collettive e come eventi molto più grandi di noi continuino ad abitare le nostre vite, spesso senza che ce ne rendiamo conto. Per questo, anche se il libro nasce da una storia molto personale, ho sempre sperato che potesse parlare a chiunque abbia cercato di capire da dove viene, quale eredità porta con sé e come fare pace con essa.”

⁠Hai già qualche nuovo progetto in cantiere? O magari un'idea che ti ronza in testa e che potrebbe presto prendere forma? 

“Sì, e in realtà è un progetto che nasce direttamente dalle pagine di “Mariri”. La casa di cui parlo nel libro esiste davvero. Oggi sopravvive come un piccolo hotel con ristorante a Iquitos, ma sento che il suo destino potrebbe essere un altro. L'idea che mi accompagna da tempo è quella di trasformarla in un luogo di incontro, memoria e creazione. Un centro culturale che raccolga l'eredità di Fitzcarraldo, ma che allo stesso tempo la proietti nel futuro. Vorrei che diventasse uno spazio in cui il cinema, la narrazione e l'arte possano favorire un dialogo tra le conoscenze amazzoniche e quelle occidentali. Un luogo dove costruire collettivamente un archivio audiovisivo delle tradizioni, delle storie e dei saperi dell'Amazzonia, affinché possano essere conservati, reinterpretati e raccontati dalle nuove generazioni. Mi piacerebbe anche che fosse uno spazio aperto a conferenze, incontri e dibattiti, dove le scoperte scientifiche contemporanee possano dialogare con conoscenze ancestrali che per troppo tempo sono state ignorate o considerate marginali. E soprattutto vorrei che tutto questo fosse accessibile, coinvolgente e persino divertente.

Credo che l'arte abbia proprio questa capacità: rendere vivi e condivisibili temi complessi. Di recente sono stata alla Biennale di Venezia e mi ha colpito come, in molte mostre (soprattutto quelle al di fuori del circuito ufficiale) la sensazione dominante fosse quella della frattura. Fratture sociali, culturali, politiche, identitarie. Cambiano le forme a seconda dei luoghi, ma il tema sembra essere ovunque lo stesso. Viviamo in un periodo storico estremamente polarizzato. E trovo questo preoccupante, perché rischiamo di chiuderci sempre di più nelle nostre posizioni, nelle nostre paure e nelle nostre appartenenze. Forse, invece, abbiamo bisogno di reimparare a dialogare. Dopotutto, non è forse questo uno dei compiti dell'arte e della conoscenza?

Penso spesso ai popoli amazzonici. Pur nelle loro profonde differenze, molte comunità tradizionali cercavano di affrontare i conflitti trovando soluzioni che potessero funzionare per tutti, non soltanto per una maggioranza o una minoranza. Non voglio idealizzare queste realtà né ignorarne le complessità, ma credo che in quel modo di concepire la comunità esista qualcosa da cui possiamo ancora imparare. Forse può sembrare un'idea utopica, soprattutto nelle condizioni economiche e sociali in cui viviamo oggi. Ma è proprio nei momenti di crisi che l'immaginazione diventa necessaria. Se non riusciamo a immaginare modi diversi di stare al mondo, difficilmente riusciremo a costruirli. Forse l'Amazzonia può aiutarci anche in questo. Non perché abbia tutte le risposte, ma perché custodisce domande e prospettive che abbiamo quasi dimenticato.”


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