L'agilità del lavoro agile, pro e contro dello smart working

L'agilità del lavoro agile, pro e contro dello smart working

L'agilità del lavoro agile, pro e contro dello smart working


Lavorare da casa è un’opportunità, ma non la soluzione

Acrobazie e salti mortali

Destreggiarsi tra lavoro e famiglia richiede una certa dose di agilità. Famiglie più o meno numerose con figli piccoli fanno un percorso ad ostacoli per far stare dentro al menage casalingo, il lavoro di mamma e papà, la scuola dei figli, la spesa, lo sport, gli accompagnamenti, le lezioni pomeridiane di musica, la vita sociale di tutti. Altro che agilità, bisogna saper fare i salti mortali!


Il lavoro smart 

In alcuni casi, è andata incontro alle famiglie una tipologia di lavoro con la quale si è presa confidenza nei mesi appena trascorsi, che si avvicina letteralmente, e forse solo apparentemente, alla caratteristica più utile per far stare tutto in piedi: il lavoro agile, meglio conosciuto nella sua definizione inglese smart working, è una modalità lavorativa con radici piantate oltreoceano, dove la possibilità di lavorare da remoto è da tempo supportata da una digitalizzazione più avanzata e sicura rispetto alle nostre possibilità. Oggi il mondo intero ha maggiore confidenza con questa alternativa. A causa della pandemia, la rete internet ha subito un’accelerazione importante in termini di copertura del territorio, resasi indispensabile per non far fermare il motore economico dei vari Paesi, che però procedeva a giri molto ridotti.


Lo sforzo della digitalizzazione

In Italia le compagnie telefoniche hanno implementato del 30/40% il loro sforzo per la copertura capillare del territorio, hanno aumentato i giga a disposizione dei clienti e rafforzato, come possibile, la rete di assistenza. E ciò che appariva una possibilità remota si è trasformata in lavoro da remoto, o agile, o, appunto, smart. Probabilmente a settembre bisognerà fare i conti con quanto abbiamo imparato e ereditato dalla chiusura del mondo iniziata a marzo. Alcuni paesi sono ancora in mezzo al guado, altri tirano le somme e fanno considerazioni in merito a cosa tenere e cosa buttare dell’esperienza Covid. Come accade nell’esperienza umana in genere, la difficoltà costringe a uno scatto a livello evolutivo individuale e collettivo, un lascito non indifferente per chi sa coglierne i vantaggi. Aziende, imprese piccole e grandi, negozi e supermercati si confronteranno con le potenzialità della digitalizzazione, dello smart working e dell’e-commerce.

A quale costo si progredisce 

Qual è il costo del progresso? Ragionando su cosmi micro e macro, le realtà lavorative sono nuclei di proliferazione per indotti che, a loro volta, movimentano un’economia pulviscolare. In parole povere, chi va al lavoro in ufficio genera occupazione: si pensi ai bar dove gli impiegati vanno in pausa pranzo o a chi gestisce i trasporti per raggiungere gli uffici. Ciò che accade con la chiusura di attività e imprese sul territorio a favore della moltiplicazione di attività digitali, è il deperimento di un sistema economico articolato e microscopico che coinvolge una fetta importante di popolazione.


I legami… 

Le perdite non sarebbero soltanto di tipo economico, ma anche sul fronte dei rapporti. Ci riferiamo a ciò che in sociologia vengono definiti "legami deboli": si tratta di tutti quei rapporti amicali non particolarmente stretti o necessari, ai quali, diciamo, non dedicheremmo tempo per fare una telefonata Skype. Il parametro della telefonata può fa sorridere, ma è perfetto per identificarli: il collega di un settore diverso, l’edicolante, il cameriere, il barista sono un network di relazioni quotidiane e irrilevanti, ma utili, se non fondamentali per il riconoscimento del mondo circostante, finestre sul mondo dalle quali ci si affaccia fugacemente, ma che propongono una prospettiva nuova, uno spunto dal quale partire per un ragionamento diverso, o un progetto sul quale, diversamente, non ci saremmo soffermati. Un serbatoio di informazioni al quale non avremmo accesso se si sfilacciasse la rete connettiva. Per non parlare dei ‘legami sotterranei’ - ovvero quelli che in gergo si definiscono ‘scappatelle’ - e che per definizione, fioriscono negli ambienti di lavoro. Un irrinunciabile stimolo a frequentare il proprio ufficio!


Susan

È stato poi pubblicato uno studio, promosso dalla piattaforma web inglese DirectlyApply, che evidenzia le caratteristiche fisiche e psicologiche di un ipotetico individuo, una donna di nome Susan, reduce da 25 anni di lavoro da remoto: presenta occhi secchi e arrossati, obesità, calvizie, rughe, macchie sul volto, mani irritate, postura ingobbita e spalle ricurve. Si sostiene inoltre che “stare senza contatto umano per lunghi periodi di tempo può portare a livelli più alti dell’ormone dello stress, il cortisolo, che fa alzare la pressione sanguigna e ha effetti dannosi sulla salute mentale”. E per chiudere, siamo certi che i genitori acrobati siano davvero contenti di smettere di fare salti mortali pur di ritagliarsi uno scampolo di autonomia fuori le mura domestiche, con la scusa di avere impegni lavorativi improrogabili? Forse, l’agilità del lavoro agile deve trovare un suo punto di equilibrio nell’elasticità di mixare la presenza al remoto, il presente al passato: la coniugazione tra accelerazione del progresso e certezze del passato potrebbe salvare l’integrità del sistema e quella mentale e fisica di Susan!


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