Iran, proteste senza tregua e repressione: il regime accusa l’Occidente mentre cresce il bilancio delle vittime

Iran, proteste senza tregua e repressione: il regime accusa l’Occidente mentre cresce il bilancio delle vittime

Iran, proteste senza tregua e repressione: il regime accusa l’Occidente mentre cresce il bilancio delle vittime Photo Credit: EPA/OLIVIER HOSLET


Manifestazioni in decine di città iraniane tra crisi economica e inflazione. Decine di morti, migliaia di arresti, internet bloccato e forti pressioni internazionali

Le strade di molte città iraniane sono diventate un campo di tensione permanente, dove la rabbia popolare si mescola alla paura e alla repressione. Da quasi due settimane, cortei improvvisati, barricate, incendi di veicoli e assalti a edifici pubblici scandiscono giornate sempre più violente, mentre il Paese affronta una crisi economica profonda, aggravata da un’inflazione che erode salari e risparmi. Nonostante arresti di massa, un controllo capillare delle forze di sicurezza e il quasi totale isolamento digitale imposto dal governo, le manifestazioni continuano a propagarsi.

LA GUIDA SUPREMA KHAMENEI ATTACCA I MANIFESTANTI

La leadership della Repubblica islamica ha scelto la linea dura. La Guida suprema Ali Khamenei, intervenendo pubblicamente dopo un lungo silenzio, ha liquidato i dimostranti come semplici sabotatori, accusandoli di distruggere il Paese e di agire contro l’interesse nazionale. Nessuna apertura al dialogo, ma un messaggio netto: lo Stato non arretrerà. Nel suo discorso, Khamenei ha spostato l’attenzione anche sul fronte internazionale, puntando il dito contro gli Stati Uniti e, in particolare, contro il presidente Donald Trump, accusato di fomentare le proteste e di avere responsabilità dirette nel sangue versato dagli iraniani negli ultimi anni.

IL MINISTRO DEGLI ESTERI RIDIMENSIONA LE PROTESTE

Secondo la versione ufficiale di Teheran, le rivolte non sarebbero un’espressione spontanea del malcontento sociale, ma il frutto di manovre orchestrate dall’estero. Su questa linea si è mosso anche il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che durante una visita in Libano ha chiamato in causa Washington e Israele, sostenendo che starebbero cercando di trasformare proteste pacifiche in azioni violente e destabilizzanti. Allo stesso tempo, Araghchi ha ridimensionato l’ipotesi di un intervento militare straniero, ricordando come tentativi simili in passato non abbiano prodotto risultati.

SUL CAMPO: BLACKOUT E ACCESSO INTERNET LIMITATO

Sul terreno, però, il clima resta incandescente. Le autorità hanno limitato l’accesso a internet già dall’inizio delle proteste, rendendo difficile la circolazione di informazioni e immagini. Nonostante ciò, organizzazioni per i diritti umani e media internazionali continuano a raccogliere testimonianze drammatiche. Secondo Iran Human Rights, il bilancio delle vittime avrebbe superato le cinquanta persone, tra cui diversi minorenni, con centinaia di feriti. Un numero destinato probabilmente a crescere, anche alla luce degli scontri più duri registrati in aree come Zahedan e delle immagini, diffuse dall’estero, che mostrerebbero corpi senza vita negli ospedali della capitale. Parallelamente aumenta il numero degli arresti. La ong Hrana parla di oltre duemila persone finite in custodia, mentre la magistratura iraniana ha lasciato intendere che alcuni manifestanti potrebbero essere accusati di reati gravissimi, fino a rischiare la pena di morte per atti di vandalismo contro strutture pubbliche. Una prospettiva che ha suscitato forte allarme nella comunità internazionale.

LE REAZIONI ESTERE

Le reazioni dall’estero non si sono fatte attendere. L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha chiesto un’inchiesta indipendente e rapida sulle uccisioni, esprimendo profonda preoccupazione per l’uso della forza. Anche diversi governi occidentali hanno condannato la repressione: Londra ha invitato Teheran alla moderazione e al rispetto del diritto di manifestare, mentre dall’Unione europea è arrivata una critica esplicita alla risposta giudicata eccessiva delle forze di sicurezza e al blackout informativo. Intanto, dall’estero si fa sentire anche Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, che vive negli Stati Uniti e ha esortato Washington a sostenere apertamente il popolo iraniano. Donald Trump, da parte sua, ha ribadito che seguirà con attenzione l’evolversi degli eventi, avvertendo Teheran di possibili conseguenze se la repressione dovesse aggravarsi. Un messaggio rilanciato anche dal segretario di Stato Marco Rubio, che ha dichiarato il sostegno degli Stati Uniti alle proteste. In un contesto già fragile, lo scontro tra piazza, regime e pressioni internazionali rischia così di spingere l’Iran verso una fase ancora più instabile.


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