Il rapporto del Censis sull'informazione italiana: la radio è intramontabile, ecco perché

Il rapporto del Censis sull'informazione italiana: la radio è intramontabile, ecco perché

Il rapporto del Censis sull'informazione italiana: la radio è intramontabile, ecco perché


Verso la saturazione dei media digitali. La radio mantiene il suo primato assoluto: resta la più amata dagli italiani

Nessuno tocchi la radio. "Video killed radio star": una frase da dimenticare, un concetto che ha imperato negli anni in cui la tv ha vissuto la sua adolescenza. Nessuno ammazzerà la radio, che - secondo il rapporto del Censis sull'informazione italiana - resta il mezzo di comunicazione più amato. Intramontabile.

Grazie alla musica, alle notizie, all'intrattenimento, agli eventi dal vivo e alla diretta: il Gruppo RTL 102.5 - con oltre 9 milioni di ascoltatori ogni giorno - è l'esempio di quello che racconta il Censis. 

LA RADIO E' INTRAMONTABILE

La radio intramontabile. È conclamata la generale tenuta della radio (78,4%) e sono stabili tutti i sistemi di ascolto che la riguardano: l’autoradio, con un’utenza complessiva pari al 70,0% (+1,2 punti percentuali nell’ultimo anno) rimane lo strumento prediletto; d’altra parte, la radio tradizionale resta salda al 46,8%. Sul fronte dell’ascolto digitale, la radio tramite smartphone registra l’aumento più interessante (+2,8%), e raggiunge il 28,2%; la radio da internet si attesta al 18,0%. 

SI CONSOLIDA L'USO DI INTERNET

Andiamo per gradi. Si conferma il primato della televisione con il 93,2% degli utenti, si consolida l’uso di internet (90,4%), degli smartphone (90,3%) e dei social network (86,2%). Riprende il trend positivo dei libri: i lettori sono il 42,4% degli italiani con un aumento del 2,3%. Nell’informazione calano i tg (-3,8%) e Facebook (-3,3%), e 7 italiani su 10 tra quanti usano i social si informano con i reel. Il 59,5% della popolazione cerca di evitare di informarsi attraverso i media più diffusi, il 61,6% dichiara che non si sentirebbe a proprio agio a informarsi attraverso un mezzo interamente generato dall’IA. Non si può dimenticare quanto spazio è occupato dai conflitti e dalle guerre nella rappresentazione della realtà compiuta dai media. In questo scenario, 129 giornalisti hanno perso la vita sul campo nel corso del 2025.

SCENDE LA TV TRADIZIONALE, LA SALE LA TV VIA INTERNET

Scende la tv tradizionale, ma sale la tv via internet. Nel 21° Rapporto sulla comunicazione nel 2025 l’uso di tutti i media appare cristallizzato. La televisione nel suo complesso è stabile con una quota complessiva pari al 93,2% dell’utenza. Tuttavia, si registra un calo della televisione tradizionale, diminuita in un anno di 3,6 punti percentuali (79,5%). Questa flessione è compensata dall’ascesa della televisione via internet: la web tv nell’ultimo anno ha raggiunto il 62,0% (+3,6 punti), mentre la mobile tv si è attestata al 38,6% (+3,7 punti). Resta stabile la tv satellitare con il 47,8% degli utenti.

SATURAZIONE DEI MEDIA DIGITALI

Verso la saturazione dei media digitali. Nel 2025 si conferma ormai consolidato l’impiego di internet da parte degli italiani ma in via di saturazione: sono il 90,4% gli utenti (solo lo 0,3% in più rispetto al 2024). Si evidenzia una sovrapposizione con gli utilizzatori degli smartphone che sono il 90,3% e con i social network che si attestano all’86,2%. In entrambi i casi l’incremento è nel segno della stabilità (circa un punto percentuale in più).

La carta stampata in crisi e l’online in affanno. Non migliora la situazione dei media a stampa, a cominciare dai quotidiani cartacei a pagamento che, seppur stabilizzati nell’ultimo anno (-0,7%), nel 2025 hanno toccato il picco minimo con il 21,0% (-46 punti percentuali dal 2007). Si registra ancora una limatura dei lettori dei mensili (-1,1% rispetto al 2024) che arrivano a 15,8%, mentre i settimanali restano stabili al 18,0%. Stabilità anche per gli utenti dei quotidiani online (sono il 29,9%) con un decremento solo dello 0,5%, mentre scendono in maniera significativa i siti web d’informazione, calati del 4,3% (56,7%).

Torna positiva la curva dei libri. Nel 2025, riprende il trend di crescita dei lettori di libri: il 42,4% degli italiani ha letto almeno un libro cartaceo, con un aumento del 2,3%. La ripresa non riguarda i lettori di e-book che non si sbloccano rimanendo stabili al 13,8% (+0,4%).

Giovani e social: il primo lieve calo. Tra i giovani (14-29 anni) si conferma la maggiore tendenza a frequentare i social network; tuttavia, si assiste a una lieve contrazione. Il 74,8% dei giovani dichiara di utilizzare Instagram (-3,3% nel 2024); il 76,9% dei giovani è utente di YouTube (contro il 77,6% dell’anno precedente); regge meglio TikTok con il 64,5% (erano il 64,2%). Molto presenti i giovani sulle piattaforme di messaggistica (quasi totalmente rappresentati su WhatsApp con l’88,6%) e sulle multipurpose come Amazon (50,8%), dove però sono presenti in maniera ancor più significativa le altre fasce d’età. Per i giovani è attraente Spotify (la utilizza il 49,8%), e in espansione il mondo delle piattaforme di videogiochi (seguito dal 39,7%).

Le nuove gerarchie dell’informazione: nel calo generale, spuntano reel e meme. Oggi le prime tre fonti di informazione più utilizzate dagli italiani sono stabili o in flessione: i telegiornali che, con il 43,9%, continuano a rappresentare un punto di riferimento per una parte rilevante della popolazione, registrano una diminuzione di 3,8 punti percentuali; Facebook (33,1%), cala di 3,3 punti; sostanziale stabilità per i motori di ricerca che sono seguiti dal 23,2% della popolazione. Scendono sia i siti di informazione (-2,5%) che le televisioni all news (-2,3%) (che si attestano rispettivamente al 14,7% e al 16,6%). Tengono relativamente meglio i social network: TikTok con un calo solamente dell’1,9% e Instagram dell’1,2% rispettivamente registrano il 12,5% e il 15,5% dell’utenza. Gli aumenti sono sporadici e raramente significativi, nella parte alta della graduatoria si rileva solo quello del Gr Radio (+1,7%). Sono 7 italiani su 10 tra quanti usano i social a includere i reel nell’universo dell’informazione; il 23,6% li considera intrinsecamente superficiali e per il 21,3% sono distrazioni che solo raramente producono conoscenza autentica, ma per il 18,6% sono più immediati, per il 13,1% più coinvolgenti, per il 9,8% più accessibili, per l’8,2% complementari alle fonti tradizionali. Il 36,3% degli italiani (e il 58,8% degli over 64) che usa almeno un social non sa cosa sia un meme, al contrario il 22,6% (e il 31,1% degli under 30) si è imbattuto in uno di essi, che gli ha fatto scoprire una notizia su temi di attualità, società, politica o cultura.

Comportamenti attivi e notizie affidabili. Gli utenti provano ad orientarsi nelle paludi mediatiche alla ricerca di punti fermi in maniera attiva. Il 31,4% della popolazione verifica sempre o spesso la veridicità delle notizie diffuse dai media principali; il 59,5% della popolazione cerca di evitare di informarsi attraverso i media più diffusi; il 58,0% (di cui il 23,1% sempre o spesso e il 34,9% a volte) legge come vengono riportate le notizie dai media più diffusi per scovare le interpretazioni ideologiche. Emerge anche una tendenza a informarsi non in maniera acritica o ingenua: il 60,6% si informa sempre, spesso o a volte su temi di cui i media più diffusi parlano poco o niente; il 64,6% ha l’abitudine di verificare le notizie riportate dai media indipendenti o dalle fonti alternative. Per quanto riguarda i comportamenti attraverso cui gli italiani acquisiscono informazioni affidabili, il 49,1% della popolazione ha l’abitudine di seguire autori su temi specifici perché condividono la loro visione del mondo, il 52,2% usa sempre, spesso o a volte i social per trovare interpretazioni indipendenti, mentre la fetta di persone che paga per avere informazione indipendente è il 25,5% (tra chi lo fa sempre, spesso o a volte).

SOCIAL DETOX

Il social detox: c’è chi si prende una pausa. Il 54,8% degli italiani dichiara di non aver mai sentito l’esigenza di prendersi una pausa dai social network, ma il 38,1% degli italiani ha invece avvertito l’esigenza di farlo, limitando il tempo di utilizzo, disattivando o eliminando l’account, o disinstallando le app (tuttavia solo il 15,3% lo fa regolarmente). Tra coloro che hanno avvertito tale esigenza, il 25,6% indica come motivazione l’eccessiva distrazione rispetto alle attività quotidiane; il 20,6% segnala il bisogno di recuperare tempo per sé e per attività offline; il 17,8% riconosce una sensazione di dipendenza dall’utilizzo; il 17,4% richiama l’esigenza di tutelare la propria privacy; il 16,7% lamenta la pressione sociale e il confronto costante con gli altri; il 14,9% avverte un’influenza negativa sull’umore.

Community online: nuove opportunità di socialità e appartenenza. Una comunità digitale nasce quando un gruppo di individui, attraverso l’utilizzo di reti telematiche, si riconosce nella condivisione di interessi, valori o obiettivi comuni. Questi “non-luoghi” possono offrire nuove opportunità di socializzazione e di costruzione di identità collettive, ridefinendo i concetti di vicinanza e appartenenza nell’era digitale. Il 17,9% degli italiani afferma di far parte o aver fatto parte di una community digitale. I più attivi in questo senso sono i 45-64enni (21,1%), coloro che hanno un diploma o una laurea (20,5%) e le donne (19,4%). Il 38,4% ha percepito un impatto positivo sulla propria vita. E se il 54,7% afferma che è stata un’esperienza divertente ma che non ha avuto una reale influenza, solo per il 6,9% la community ha avuto un impatto negativo.

Il cambio di paradigma imposto da ChatGpt. La maggioranza degli italiani (il 61,6%) dichiara che non si sentirebbe a proprio agio a informarsi attraverso un mezzo interamente generato dall’IA; tuttavia, vi è anche una schiera non indifferente di persone che sono favorevoli (38,4%). Di queste, il 30,1% si dichiara disposto a farlo a patto che i contenuti siano supervisionati da esseri umani, mentre un più fiducioso 8,3% accetterebbe anche nel caso in cui fossero completamente gestiti dall’IA. Tra coloro che si sono dimostrati contrari, le ragioni sono attribuite sia al rischio di disinformazione o fake news (34,8%), sia perché si tende ancora a dare maggiore valore ad un prodotto creato dagli uomini (26,8%).


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