Il grido d'allarme di Antonio Marano, Presidente Confindustria Radio Tv, a RTL 102.5: "Le big tech non investono sul territorio. Stanno costruendo auto senza radio, la mobilità è il primo punto di riferimento dell'ascolto e della radiofonia"

Il grido d'allarme di Antonio Marano, Presidente Confindustria Radio Tv, a RTL 102.5: "Le big tech non investono sul territorio. Stanno costruendo auto senza radio, la mobilità è il primo punto di riferimento dell'ascolto e della radiofonia"

Il grido d'allarme di Antonio Marano, Presidente Confindustria Radio Tv, a RTL 102.5: "Le big tech non investono sul territorio. Stanno costruendo auto senza radio, la mobilità è il primo punto di riferimento dell'ascolto e della radiofonia" Photo Credit: ANSA/ANGELO CARCONI


Antonio Marano, Presidente di Confindustria Radio TV, interviene su RTL 102.5

Antonio Marano, Presidente di Confindustria Radio TV, interviene su RTL 102.5, per spiegare l’appello dell'industria dell'informazione a favore di politiche di sostegno e normative per il mercato. All’interno di Non Stop News con Enrico Galletti, Giusi Legrenzi, Massimo Lo Nigro e Lucrezia Bernardo.


L’ IMPATTO DELLE BIG TECH SULL'INFORMAZIONE

«Allora, prima di tutto tenterò di essere un po' chiaro, anche perché logicamente vorremmo farne un'analisi da un punto di vista non solo commerciale ma anche tecnologico. Però partiamo da una premessa: il concetto di fondo è cosa sono gli editori? L'articolo 21. Se voi in questo momento siete in onda, se i cittadini hanno dell'informazione è perché vi è in Italia la possibilità per radio, tv, giornali, carta stampata, libri di poter essere pubblicati e di poter contribuire a una conoscenza e all'informazione. Tutto questo sta purtroppo avendo un forte prelievo economico da parte delle big tech, che non investono sul territorio. Ho fatto una metafora a livello, in una prima intervista, dove dico che è difficile essere competitivi con chi non paga l'autostrada, fa il pieno di benzina e non paga neanche quella perché vorrebbe dire non pagare la tecnologia distributiva e non pagare i contenuti. In poche parole questo è il grosso problema. È un problema che sta riguardando tutti i paesi europei, dove chiaramente vi è una certa sollevazione da parte di tutti gli editori. In Italia troviamo una certa difficoltà, ma più che altro per quello che è la conoscenza da parte delle forze politiche e della criticità di questo aspetto. Parliamo del settore vostro, del settore radiofonico. Le auto le stanno costruendo, le stanno importando senza le radio in auto. Cosa vuol dire? Che la mobilità è il primo punto di riferimento dell'ascolto e della radiofonia, ma di fatto con il fatto che lasceranno solo il collegamento IP, quindi con il cellulare, di fatto saranno loro a poter controllare quello che i cittadini e gli ascoltatori possono sentire. Ecco, come vedete è un problema che riguarda vari settori, ma certamente la cosa fondamentale è che il nostro ruolo di editori, il vostro ruolo di editori della radiofonia, deve avere la possibilità di essere competitivo e uniforme al mercato complessivo. Quello che chiediamo è che gli altri si comportino come noi, invece il vero problema è che la loro forza economica ma soprattutto la forza tecnologica porta ad avere un controllo totale senza investimenti sul territorio. Quindi alla fine si rischia di avere una povertà strutturale ma, come ha detto qualcuno molto più importante di me, l'Italia rischia di essere una colonia».


LA RESPONSABILITÀ DI CHI FA INFORMAZIONE

«Questo era un po' il concetto che dicevo sui contenuti. In poche parole la loro forza è la distribuzione dei contenuti agli altri senza che vi sia una responsabilità di un giornalista, senza che vi sia la responsabilità di un direttore, avendo quindi solo un vantaggio economico, senza averne nessuna responsabilità e nessun costo da un punto di vista di carattere editoriale o personale. Alla fine questo è il vero grosso problema: loro non vogliono riconoscere praticamente di essere uguali a noi. Infatti questo sia chiaro. Come editori, non è che stiamo chiedendo contributi, stiamo chiedendo di poter essere agevolati. No, chiediamo che chi viene nel nostro paese, ma negli altri paesi d'Europa, si comporti e rispetti le regole che facciamo noi. Mentre loro possono tranquillamente mandare in onda filmati di violenza di minori e di qualsiasi genere e abbiamo assistito negli ultimi giorni, ma ne assistiamo ormai da mesi, di chi stupidamente fa dei filmati violenti verso altri ragazzi di bullismo e li manda praticamente su internet, senza nessuna responsabilità di chi li trasmette. Se lo fate voi, lo fa la RAI, lo fa qualsiasi emittente immediatamente viene sanzionato. Ecco, questa è un po' la questione di quello che noi chiediamo: che anche loro rispettino le regole di quelle che sono le responsabilità civili, penali ed editoriali».


LO SCENARIO IDEALE

«Allora, lo scenario ideale è che anche loro si adeguino a quello che è il rispetto di quello che prevedono le regole per l'editoria: responsabilità diretta e giornalisti pagati, perché loro non pagano nessuno. Vi faccio un esempio: Meta fatture in Italia 2 miliardi e 2. Bene, ha 24 dipendenti. Questo per farvi capire qual è l'impatto da un certo punto di vista, che sono 24 famiglie. Quindi per loro è soltanto una raccolta e non un investimento».


L’ASPETTO ECONOMICO

«Faccio un esempio che riguarda il mondo della radiofonia. Gli ascolti in Italia della radio sono quasi identici a quelli di altri paesi. Parlo in percentuale, popolazione o valore di mercato, che sia Francia e Germania. La differenza qual è? Che il mercato italiano pubblicitariamente sul mondo della radiofonia è un terzo di Francia e Germania. Perché? Perché non vi è una tutela di quello che è il costo contato, che è la valorizzazione. Il fatto delle notizie false, delle fake news, il fatto che non avendo responsabilità creano notizie ma aggiungo, anche con l'intelligenza artificiale, perché io ho visto alcuni filmati dove si fa fatica a capire, anzi non è ben nulla chiaro come è costruito nel fattore reale. E questo è il grosso problema. Oggi l'informazione, ed ecco perché facciamo riferimento all'articolo 21, è uno dei capisaldi di ogni paese democratico. Ma qui stiamo falsificando la verità e la verità si tutela con la responsabilità. Se non c'è responsabilità, non sappiamo se è verità. E quindi la verità poi è il pluralismo. Io non dico che quello che dice lei, quello che dico io, quello che dice un altro è la verità, ma tante voci fanno un confronto. Il rischio invece, che è quello che è successo e lo stiamo vedendo in altre situazioni, il controllo diretto e uniforme di chi controlla certe piattaforme, diventa un valore politico, commerciale, di realizzazione culturale di intere generazioni. Non è una cosa secondaria. È un ragionamento, non dico complicato, ma importante, difficile da comunicare, ma chi come noi è nel settore, lo deve assolutamente esprimere».



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