Dove canta il cuculo, le lunghe e tortuose strade del crimine: Gioacchino Criaco ci porta a scoprire il suo nuovo libro
Dove canta il cuculo, le lunghe e tortuose strade del crimine: Gioacchino Criaco ci porta a scoprire il suo nuovo libro
23 maggio 2026, ore 09:00
Un romanzo noir che si sviluppa all’interno di scenari molto differenti tra loro, intrecciando le storie dei diversi protagonisti all’interno di una storia coinvolgente e ricca di pathos
Si rinnova anche questo sabato l’incontro con il mondo dei libri, un appuntamento che funge da rampa di lancio verso la full immersion domenicale, dove ad attenderci troveremo la consueta rubrica dedicata ai migliori libri da leggere del momento.
Come da prassi ormai consolidata, in questa sede a essere protagonisti sono autori e autrici di recente pubblicazione, che ci passano a trovare per portarci dietro le quinte dei loro lavori. Come accaduto, nelle ultime settimane, con Cinzia Cognetti e il suo "Note a margine del mio dolore" (HarperCollins), o ancora con Eleonora Marangoni e il suo "L'imperdibile" (Feltrinelli Editore).
Quella che ci aspetta oggi è un’escursione dalle tinte noir che ci proietta verso scenari differenti e differenziati - per scorci paesaggistici che offre - accomunati però da una tematica di fondo che lega le narrazioni. Occhi puntati su “Dove canta il cuculo”, il libro di Gioacchino Criaco pubblicato da Piemme, che lo stesso autore è passato a raccontarci.
DOVE CANTA IL CUCULO, UN RACCONTO TRA INCROCI CRIMINALI E BIVI UMANI
Ciao Gioacchino, e benvenuto. Lascio a te le parole per le presentazioni: cosa troviamo nel tuo libro, "Dove canta il cuculo"?
“Troviamo un crime che ci porta a velocità folle attraverso le strade infernali della 'ndrangheta che si intersecano con le vie delle più importanti organizzazioni criminali mondiali: dal Canada al Messico, dall'Aspromonte a Milano. Incroci criminali ma anche bivi umani, scelte che mutano i destini dei protagonisti ma anche quelli di migliaia e migliaia di vittime innocenti e inconsapevoli che pagheranno per traumi, abbandoni e mancanze subite dagli autori del male.”
Come nasce questa storia? C'è stato un particolare input che ti ha spinto a lavorarci?
“Nasce come continuazione filologica e narrativa del mio primo libro, Anime Nere, scritto diciotto anni fa, in mezzo ci sono stati altri otto romanzi, ma è con questo che riprendo le tracce di una schiera di anime perse che come una falange macedone hanno invaso gli imperi del crimine e se ne sono impadroniti. Dovevo tornare nel mondo dei cattivi perché molte vicende di cronaca confermavano le profezie di Anime Nere, un riverificarsi ciclico di certe dinamiche che chiudono il cerchio di un sistema economico solo presuntivamente legale: c'era una Milano da bere quarant'anni fa che consumava "i servizi" criminali e c'è una nuova Milano notturna e pseudo imprenditoriale che riprova le nozze con le ombre che arrivano da un posto scuro, lontano e sempre centrale nelle strade milanesi.”
Qual è stata la sfida maggiore nello scrivere questo libro?
“Dare una spiegazione della nostra società utilizzando un punto di vista scomodo, l'angolo visuale di chi pratica il male senza alcuna previsione di redenzione. Un esercito di cattivissimi che è però dotato di intelligenza, di pensiero complesso. E rendere questa spiegazione utile: per capire le dinamiche criminali, la loro origine, l'evoluzione.”
UNA STORIA ITINERANTE CHE RICONDUCE SEMPRE VERSO L’ASPROMONTE
Il racconto si sviluppa tra Calabria e Canada. Se la prima scelta era abbastanza prevedibile, come mai invece la scelta del Canada come "altro lato della medaglia"?
“Non è una scelta di fiction, bisognava prendere uno dei lembi di terra in cui si è infissa una prospettiva criminale partita da un remoto angolo della Calabria. Mi sono reso conto che le alternative erano innumerevoli, che in qualunque nazione mettessi occhio ci trovavo un frammento di questa falange di matrice Aspromontana: alla fine sono partito da uno dei luoghi più freddi, dal punto di vista climatico, per metterlo in contrapposizione con le temperature roventi del Sud. E anche, soprattutto, per mostrare che non ci siano luoghi votati al male e sono, invece, alcuni uomini a portare il bene o il male nei luoghi, indipendentemente dalle collocazioni geografiche.”
Il territorio ha una grandissima importanza nell'economia della narrazione. Come mai la scelta di dargli tanto risalto?
“Anche questa non è una scelta ma la constatazione di un legame indissolubile, a volte per ipocrisia a volte per necessità reale, fra una criminalità di matrice calabrese e il nido di nascita.”
Possiamo dire che il racconto si faccia portatore di una velata critica sociale? Nessuno sa, eppure tutti sanno...
“Seguendo i sentieri, lunghi migliaia di chilometri, dei miei Cuculi, mi sono reso conto che la prospettiva malvagia che li possiede nasce, anche, da un incontro scontro fra due modelli culturali, sociali ed economici: un Occidente che ragiona solo per schemi utilitaristici e un Oriente e un'Africa che si sono trovati a soccombere e a sopravvivere in un sistema che non amano. Questo per dire che il mondo criminale è complesso, profondo, difficile da capire se non trovi una guida interna che ti conduca attraverso gli impervi sentieri di una montagna millenaria.”
Se il tuo libro fosse una canzone, quale sarebbe?
““Comfortably Numb”, dei Pink Floyd, perché ormai il tempo si è consumato, i criminali di un tempo sono spariti e il crimine nuovo ha fatto un salto di specie: nessuno vuole più la redenzione. Vivere a folle velocità; un giorno, una settimana, un anno... aspettando l'inferno.”
Archiviato "Dove canta il cuculo", arrivato sugli scaffali nelle ultime settimane, hai nuovi progetti in cantiere e di cui si può già dire qualcosa?
“Non voglio essere presuntuoso, ma Il Cuculo farà tanta strada. Certo, dal punto di vista lavorativo sono già oltre, su una Porsche 924 del 1978, di lato a Ruggero Calvano che ascolta a tutto volume i Velvet Underground.”
